Quando una ferita si riattiva, non ha l’età che abbiamo oggi

Ci sono momenti in cui una situazione, una parola o uno sguardo ci colpiscono in modo sproporzionato.

Ci sentiamo piccoli, bloccati, sopraffatti, come se qualcosa ci togliesse il respiro.

A volte è il giudizio.

Altre volte è la paura di non essere abbastanza, di sbagliare, di deludere.

Per qualcuno è la paura di perdere l’altro, di non essere scelto, di non essere amato.

E spesso ci giudichiamo:

“Ma possibile che mi faccia ancora così male?”

“Ho 30, 40, 50 anni… dovrei essere oltre.”

Eppure c’è un passaggio fondamentale da comprendere: quando una ferita del passato si riattiva, non reagiamo con l’età che abbiamo oggi, ma con l’età che avevamo quando quella ferita si è creata.

In quei momenti non risponde l’adulto razionale, risponde il bambino che un tempo ha imparato qualcosa di essenziale su di sé e sul mondo.

Molti di noi, da piccoli, hanno imparato che per essere amati dovevano essere “in un certo modo”: bravi, adeguati, silenziosi, performanti, forti.

Altri hanno imparato che l’amore poteva andare via, che l’altro poteva allontanarsi, che essere se stessi non era sempre sicuro.

Così si è creato un legame profondo tra tre bisogni fondamentali:

essere visti → essere amati → avere valore.

Se vengo visto come “brava bambina”, allora sono amato.

Se non deludo, se non sbaglio, se non chiedo troppo, allora resto in relazione.

E se sono amato, allora valgo.

Quando oggi una situazione riattiva quella ferita – il giudizio, il rifiuto, la distanza dell’altro, la paura di non contare abbastanza – il dolore è così intenso perché colpisce una parte antica, ancora viva, ancora sensibile.

È una ferita che non è “passata”, ma semplicemente rimasta in attesa.

Il lavoro terapeutico non è forzarsi a essere forti o minimizzare ciò che si sente.

È tornare da quel bambino interiore, ascoltarlo, proteggerlo, dargli parole e sicurezza.

È diventare oggi l’adulto che allora è mancato.

Ed è proprio da lì che qualcosa può sciogliersi: quando quella parte non è più sola, quando non deve più difendersi come faceva un tempo, quando può finalmente appoggiarsi a un adulto interno più saldo e compassionevole.

Capire questo non elimina il dolore, ma lo rende comprensibile.

E ciò che può essere compreso, nel tempo, può anche essere curato.

Un passo alla volta!

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